Giudizio? No grazie!

Prima dei Lab ricomincia la scuola. Cosa unisce scuola e teatro? Il nostro modo di intendere il teatro vuole sradicare i concetti di “giudizio” e “valutazione” ancora troppo saldi e forti nella scuola, ricordando che un giudizio di valutazione è formato anche da una molteplicità di variabili che trascendono la dimensione cognitiva e sfociano in quella emotiva.

Come ha sottolineato Benedetto Vertecchi “la valutazione coinvolge fortemente l’affettività degli allievi, determinando in buona misura la qualità dei loro atteggiamenti nei confronti della scuola”. È questa la ragione che spiega perché la memoria delle esperienze legate a momenti di valutazione sia più persistente di quella relativa ad altre esperienze scolastiche. L’esperienza didattica insegna che, nel caso in cui il giudizio risulti formato da tale commistione, tra gli allievi diminuisce la fiducia nei confronti degli insegnanti e la motivazione ad apprendere. A ciò si deve aggiungere che gli strumenti tradizionali di valutazione, il più delle volte, favoriscono atteggiamenti competitivi forieri, tra l’altro, di forme più o meno palesi di aggressività: nel caso in cui un allievo non sia in grado di fornire una risposta ad un’interrogazione orale, per esempio, può accadere che colui che intervenga successivamente si affermi sui limiti dell’altro. Nello specifico ciò si manifesta laddove gli esiti della valutazione forniscano chiare indicazioni su chi è stato il “migliore” e, reciprocamente, il “peggiore”.

A seguito del pronunciamento di un giudizio negativo, si manifestano atteggiamenti di vario tipo, come la diminuzione della qualità della performance, in ragione dello stato di ansia presente nell’allievo, oppure forti alterazioni dell’’autostima , in relazione al significato che il ragazzo attribuisce al giudizio valutativo, fino all’inevitabile allentarsi della motivazione scolastica: “Mamma non voglio più andare a scuola!”. Conseguenze che si verificano anche nell’animo del “migliore” che, etichettato come tale, vive stati di ansia o isolamento da parte del resto del gruppo classe con il famoso epiteto “secchione”.

E il teatro? Tale riflessione a piè pari può essere riportata in tutte quelle realtà nelle quali il teatro è fortemente radicato ancora a concetti come “vetrina” o “protagonismo”. Nel nostro fare teatro, un teatro che attinge a piene mani alla Pedagogia, alla Teatroterapia, al Metodo Helga Dentale-Teatro in Gioco®, vengono messi da parte tutti i concetti di “peggiore”, “migliore”, “giudizio”, “esito”, “protagonista”, a favore di concetti come “condivisione”, “gruppo”, “esperienza”, “percorso”, “processo”. Un teatro nel quale ogni limite è risorsa, forza e non ostacolo o freno, grazie al supporto del gruppo; un teatro che non ha paura di “perdere” tempo perché non vi sono “allievi ideali” ma solo “allievi reali” con i loro tempi e le loro unicità; un teatro che si fa mezzo per esplorare l’altro e sé, per conoscere e conoscersi; un teatro che non deve dimostrare, mostrare, “mettere in vetrina” ma che si fa esperienza esistenziale dove ognuno fa teatro ed è teatro e dove il risultato teatrale sarà sempre meno importante del fatto che un gruppo si sia riunito per giocare al teatro stando insieme; un teatro privo di orpelli che guarda all’essenziale fatto di corpi, voci e cuori; uno spazio nel quale si possa imparare, divertendosi e giocando, e nel quale si possa dire a piena voce “Giudizio? No grazie!” .

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